DA CAPITOL HILL A WHATSAPP: LIBERTA’ DI COMUNICAZIONE E PRIVACY ALLA SCOPERTA DI DIVERSE PIATTAFORME.

In questi giorni i social networks sono al centro di varie riflessioni interessanti che ruotano, a mio parere, attorno a due temi/ diritti strategici per il futuro della società digitale “metaverse” : la libertà di comunicazione e la privacy.

1. LA LIBERTÀ DI COMUNICAZIONE IN RAPPORTO A FAKE NEWS E INCITAZIONE ALLA VIOLENZA.

L’assalto a Capitol Hill del 6 Gennaio 2021 è sicuramente un turn, un cambiamento strategico differenziante, nella definizione dei valori della comunicazione democratica di cui ha rivelato una certa fragilità.

Al di là di commenti politici, non riesco a non pensare a quanto nella nostra società sia sempre più importante e urgente educare alla accettazione costruttiva della sconfitta, alla cultura dell’errore come crescita, al dialogo con l’altro, al rispetto di fronte a un no. Un approccio autoreferenziale e di negazione dell’errore diffuso a livello sociale si riflette in un dilagante scarso senso di responsabilità personale.

A questo proposito ho già postato un contributo di Mariangela Pira (Tre Fattori del 7 gennaio 2021) che  ricorda che “la politica siamo noi”. Allora forse approfondire le notizie, per quanto ci è possibile, è chiave. Qui sotto l’intervista di Oriana Fallaci a Pertini che sottolineava : “La politica se non è morale non mi interessa”

Oltre alla responsabilità personale però, la questione davvero critica in una società sempre più digitalizzata riguarda il come si coniuga il diritto alla liberta di comunicazione con la necessità di limitazione di fake news e idee che possono incitare alla violenza. Twitter per la prima volta ha bloccato il profilo del Presidente Trump. Giusto o sbagliato?

Personalmente non ho la soluzione. Ritengo solo che due parametri possano guidarci nella scelta:

  • IL RISCONTRO NELLA REALTA’:  per quanto riguarda le notizie. Da quel che ricordo dalle lezioni di filosofia del linguaggio, il  buon vecchio Aristotele, nel dibattitto coi Sofisti, aveva già ricordato quanto fosse necessario riportare la verità della realtà nella discussione per potersi distinguere la persuasione dalla manipolazione.
  • L’INFLUENZA ESERCITATA. Se a parlare sono io forse non interesso a nessuno, ma se sono il Presidente degli Stati Uniti è probabile che incitare le folle a una rivoluzione possa portare a qualche morto. Costi e benefici vanno valutati attentamente.

Quello che forse manca, mi permetto di suggerire, è una collaborazione più aperta dei governi con le grandi Tech: da un lato per costruire insieme le REGOLE DI PARTECIPAZIONE (come in strada non possiamo metterci a insultare persone a caso, così anche sui social networks occorre un “saper vivere sociale”), dall’altro per concordare REGOLE DI MONITORAGGIO DEI CONTENUTI . Se le grandi Tech fanno dei dati il proprio valore commerciale, è anche giusto che ci sia da parte loro un “give it back” sociale, un impegno a garantire sia l’attendibilità delle informazioni che la valutazione delle situazioni potenzialmente creatrici di odio offline.

Peccato che, “morta l’App, viva l’App”…i sostenitori di Trump e/o fanatici del complottismo hanno già trovato piattaforme parallele che fanno del “free speech” la propria bandiera. Due fra tutti Parler e Gab. Solo il 10 Gennaio, Gab ha aumentato gli iscritti di mezzo milione, raggiungendo ben 18 milioni di accessi.

Qui di seguito un articolo di SkyTG24 per chi fosse interessato a scoprire qualcosa su queste piattaforme simil Twitter:

Queste nuove piattaforme, ufficialmente garanti della liberta di comunicazione, si stanno in realtà trasformando rapidamente in  accentratori di estremismi. Il rapporto tra social networks, libertà e controllo dell’odio si fa sempre più delicato e richiede una attenzione globale, che va oltre le grandi Tech mass market e riguarda anche piattaforme più piccole, ma più pervasive a livello sociale, attorno alle quali si creano comunità di pensiero.

2. LA REGOLAMENTAZIONE DEL DIRITTO ALLA PRIVACY E IL POTERE ECONOMICO DEI DATI

Parallelamente un altro turning point sta avvenendo su Whatsapp: l’aggiornamento della privacy policy.

Whatsapp, dal 2014 parte del gruppo Facebook, è una di quelle App-non-App: talmente integrata nella nostra quotidianità comunicativa da farci scordare che sia di fatto un servizio Facebook che sarà sempre più coinvolto nelle sue logiche di profilazione. Ha sostituito di fatto i vecchi sms, è lessicalizzata (ormai il verbo whatsappare si sta facendo strada)…insomma indispensabile per qualsiasi contatto con il nostro network.

L’aggiornamento della policy ha sollevato alcune polemiche in quanto non offre nessuna scelta all’utente: o si accetta o non si potrà più utilizzare la App.

Facciamo un po’ di chiarezza, per quanto possibile:

  • Quali sono i dati di cui Facebook vuole avere possesso? Qui possiamo fare riferimento alla fonte ufficiale dell’azienda: sia informazioni fornite dall’ utente stesso (numero di cellulare, info, stato, foro profilo), sia informazioni raccolte automaticamente (posizione, connessioni, uso e accesso), sia informazioni di terzi (servizi, altri utenti, info commerciali)-
  • Perché? Beh qui apriremmo il vaso di pandora. Vorrei dedicare un approfondimento al tema AI e big data. In una parola: i dati, strutturati ma soprattutto non strutturati (come le nostre conversazioni sui social networks) sono il nuovo petrolio, il vero contendere della guerra tecnologica in atto tra Cina e Stati Uniti. Per chi volesse approfondire:
  • E l’Europa? La cosiddetta “regione Europea” al momento non sembra impattata.  Niamh Sweeney, Director of Policy for WhatsApp per l’area europea ha specificato che le modifiche non entreranno in vigore per gli utenti. Il post condiviso su Twitter recita: “Non ci sono modifiche alle pratiche di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione Europea a seguito dell’aggiornamento. Resta il fatto che WhatsApp non condivide i dati degli utenti dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a quest’ultima di utilizzarli per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità”. Questo perché nell’Unione Europea è in vigore la GDPR, il regolamento per la protezione dei dati personali.

Io resto ancora confusa però: se si accetta la nuova policy di fatto noi diamo il permesso richiesto da Facebook…insomma la questione non è ancora chiarissima. Anche per quanto riguarda scopi pubblicitari futuri …

Privacy Network (https://www.linkedin.com/company/privacynetwork/) sta facendo un ottimo lavoro di divulgazione in materia di privacy che vi invito a seguire nei prossimi giorni.

Ci sono alternative?

  • Personalmente sto testando Signal  e condivido il parere di Privacy network. “L’esperienza utente è di buon livello, anche se si fa notare l’estrema cura per la privacy, che può rendere meno fluide alcune funzioni rispetto ad altri servizi di messaggistica. Questo tipo di app è molto limitata dall’effetto di rete”.
  • Il Corriere della Sera fa una panoramica delle diverse piattaforme: Signal usata e sostenuta attivamente anche da Elon Musk, Telegram, Viber e Wire.

Considerando tutto, direi che restano tanti punti di domanda.

Quello che mi porto casa da queste due tematiche è che, per entrambi i casi, avere  PIATTAFORME ALTERNATIVE di comunicazione può essere un elemento importante a garanzia della libertà personale e commerciale degli individui. Ogni libertà/ diritto implica però inevitabilmente anche dei doveri: rispetto della privacy, autorevolezza delle fonti,  non incitazione alla violenza.

L’attacco a Capitol Hill, nella sua tragicità, potrebbe almeno avere una conseguenza positiva: riportare l’attenzione sulla necessità di regolamentare l’equilibrio di responsabilità tra individui, governi, e player tecnologici.

Photo Credit: Cristian Dina by Pexels

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